Cesare Colasuonno, pittore lucano (1887 – 1973)

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Nato ad Irsina, provincia di Matera, il 18 febbraio 1887 da una famiglia di modeste condizioni, Cesare Colasuonno, avendo manifestato sin da ragazzo inclinazione per il disegno, fu segnalato dal sindaco del suo paese alla Provincia di Basilicata per ottenere una borsa di studio. Il giovane irsinese ebbe così, all’età di tredici anni, la possibilità di frequentare a Napoli l’Istituto delle Belle Arti, dove ebbe come maestri tra gli altri, Stanislao Lista, Michele Tedesco e Vincenzo Volpe. Una volta ultimati gli studi emigrò a San Paolo, in Brasile, dove aprì una scuola di pittura e disegno molto frequentata: l’Accademia Michelangelo, ancor oggi esistente.

All’età di trentasette anni volle tornare nella propria terra d’origine per trascorrere alcuni mesi con i suoi familiari ma non restò inoperoso poiché eseguì diversi quadri fra paesaggi, scene campestri, ritratti, nel corso di ricognizioni effettuate nel materano e nel melfese. Il risultato di quel lavorio pittorico approdò in una mostra, nel settembre del 1924, tenuta in un ampio locale del Palazzo Nugent di Irsina e successivamente a Matera, come documentato in una corrispondenza, apparsa sulla rivista “La Basilicata nel Mondo” di quell’anno. Su quello stesso periodico, diretto da Giovanni Riviello, fu pubblicata una foto di Cesare Colasuonno e la redazione si riservava di pubblicare un completo profilo critico dell’artista quando, come preannunciato, avrebbe tenuto una esposizione regionale a Potenza. “Per ora – scrisse il capo redattore della rivista Ferdinando Santoro – possiamo dire che (…) Monumenti grigi e decrepiti, ingiuriati dalla ignoranza degli uomini, vestiti dalla patina immortale del tempo, coma la cattedrale di Acerenza, si vestono di sole, solo che li produca il pennello di Cesare Colasuonno (…). Artista vario, complesso, melodioso, che bisogna assai penetrare ben bene comprendere”. La rivista nel 1925 dedicò la copertina del numero di maggio-giugno al quadro dell’artista irsinese raffigurante la facciata della cattedrale normanna di Acerenza, “uno dei più gloriosi monumenti nazionali di Basilicata” scrisse il caporedattore, tracciando un profilo storico di quell’edificio. Santoro riconosceva a Cesare Colasuonno la padronanza della tecnica, della luce e del colore nel ricostruire in modo semplice e armonioso la comprensione storica di quel monumento “che sgorga da ogni linea e da ogni pietra dell’edificio dalle molte vite”. D’altra parte l’artista aveva visitato la regione proprio per evidenziare le “più insigni bellezze artistiche dell’antichità”, memore della lezione figurativa del maestro Michele Tedesco. La raffigurazione della facciata della cattedrale infatti, privilegia quegli aspetti, ponendo l’accento sul reinnesto evocativo fornito dall’inserimento di figure e statue su quella facciata e sulle antiche colonne. Con fare impressionistico e pennellate dense di colore, l’artista caratterizza con sfumature monocromatiche il prospetto esterno della cattedrale da cui si espande una luce soffusa. Nel 1927 “La Basilicata nel mondo” dedicò altre due copertine (febbraio-marzo, marzo-aprile) raffiguranti: la prima l’interno della Cattedrale di Melfi e la seconda il lavatoio di Ferrandina. Anche il quadro dell’interno della Cattedrale di Melfi gioca sul monocromatismo e sugli ori che decorano pulpiti candelabri. Due finestroni, che illuminano la chiesa, segnano con la loro luce la fuga delle arcate delle navate verso il presbiterio. Su un lato vi è una vecchietta che prega sull’inginocchiatoio, mentre a destra un uomo con un bastone delimita la scena. “Il lavatoio di Ferrandina” ritrae uno spaccato di vita quotidiana delle donne di quel centro che lavorano attorno al lavatoio. Ritratte nei tipici costumi del tempo, indossano un fazzoletto sul capo e si avvicendano chi a lavare i panni, chi a strizzarli e riporli nei cesti, mentre altre si avviano sulla strada di ritorno verso il paese. La vasca grande del lavatoio è sovrastata da un’altra più piccola, con due archi, che funge da abbeveratoio per gli animali. La vivace si svolge a ridosso di una rigogliosa vegetazione mediterranea dipinta alla maniera dei macchiaioli che, unita al prato attorno la fontana, dà luce e risalto ai colori dei costumi delle donne. A quegli anni risale anche il ritratto di Domenico Ridola, conservato presso l’omonimo Museo Nazionale di Matera. Anche nel capoluogo si conserva un dipinto firmato e datato da Cesare Colasuonno, nel 1931 ed esposto nella sala delle riunioni della Regione Basilicata, di recente intitolata alla memoria del senatore Vincenzo Verrastro. Il quadro dell’artista irsinese raffigura una scena che si svolge all’interno di una casa contadina dove una donna, seduta su di una sedia, affiancata da tre figli e dal marito, allatta l’ultimo nato. Due pastori allietano quella casa suonando una zampogna a due canne e una ciaramella, mentre dall’uscio aperto si intravede sullo sfondo un paesaggio innevato. Il tema trattato nell’opera sembra costituire un omaggio alla natività, rappresentata con sincerità popolare (probabilmente e’ questo il dipinto, meglio noto come “Natale di Avigliano”). Ulteriori dipinti ad olio di Colasuonno si conservano presso il Palazzo della Prefettura di Potenza, dove è ritratto il paesaggio irsinese al 1938, e presso il Comune di Irsina, cui quel figlio natio donò una sua opera.

Tornato definitivamente in Italia, (probabilmente nel 1947, come una carta d’imbarco da me trovata in Internet dimostra), dipinse nature morte, ritratti con particolare attenzione al paesaggio partenopeo, dei Camaldoli, Mergellina,Capri, Gragnano e all’ambiente dell’Appennino Lucano. L’ artista lucano tenne diverse personali a Napoli, Milano, Viareggio, Roma, Reggio Calabria, Avellino ed altri centri.
L’ultimo suo discepolo è stato Emilio Larocca di Trecchina che ne continuo’ l’opera sia come decoratore che come pittore da cavalletto con studio a Trecchina ed a Napoli.
Il giornale “Il Tempo” del 20/9/1969, pubblico’ un articolo sulla mostra a Irsina, tenuta in onore del pittore Cesare Colasuonno e organizzata dall’Amministrazione comunale per onorare il Maestro che ebbe i natali in quella citta’.
Visse gli ultimi anni della sua vita a Napoli, dove morì il 27 febbraio 1973. Pochi anni prima di morire il Comune di Irsina gli assegnò, il 15 settembre del 1969, una medaglia d’oro quale riconoscimento del suo alto valore artistico.