Sharbat Gula, la ragazza afgana dagli occhi verdemare soprannominata “la Monna Lisa afgana”.

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C’è anche una Monna Lisa afgana, immortalata non da un pittore del rinascimento, ma da un fotografo negli Anni ’80. Ecco la storia dietro una fotografia di una persona che fino a poco tempo fa non era ancora stata identificata.

Sharbat Gula, la ragazza afgana, è una celebre fotografia scattata da Steve McCurry nel 1984 e successivamente pubblicata sulla copertina della rivista National Geographic Magazine del numero di giugno del 1985. L’immagine dai grandi occhi verdi, tipici di queste regioni, riflettono l’orrore e la tristezza di questa guerra che ha irreparabilmente danneggiato la sua vita, divenne una sorta di simbolo dei conflitti afgani degli anni ottanta.

La foto fu scattata nel campo profughi di Nasir Bagh in Pakistan, vicino alla città di Peshawar; campo che ospitava i rifugiati fuggiti dall’Afghanistan occupato dai sovietici, ritrae l’orfana dodicenne Sharbat Gula (Pashto: شربت ګله ) (pronunciato [ ʃaɾbat ]), nata probabilmente  nel 1972. L’espressione del suo viso, con i suoi occhi di ghiaccio, resero ben presto l’immagine celebre in tutto il mondo. L’immagine del suo viso, con una sciarpa rossa color ruggine drappeggiato liberamente sulla testa e dai penetranti occhi verdemare che fissano direttamente nella fotocamera, soprattutto ci affascinano e ci fulminano, non possiamo allontanarci.

La fotografia è stata spesso accostata alla Monna Lisa di Leonardo da Vinci, al punto di venire spesso soprannominata, appunto, “la Monna Lisa afgana”.

Inviato in Pakistan dalla National Geographic per documentare la situazione dei profughi afgani dopo l’invasione, McCurry incontrò improvvisamente una ragazzina, che studiava in una scuola improvvisata sotto un tendone all’interno del campo. Il reporter ebbe quindi la rarissima possibilità di fotografare una ragazza afgana e infine realizzò lo scatto. Ala bambina fu consetito di posare per McCurry a condizione che non le venisse chiesto di sorridere perché, secondo le regole della sua tribù, una femmina che concede confidenze agli sconosciuti deve essere punita quindi lei rimase seria. Non aveva mai visto prima una macchina fotografica prima di allora ed accettò di farsi fotografare e guardava quell’ apparecchio come un giocattolo che non aveva mai avuto.

Il fotografo ricorda ancora esattamente quel momento: la luce era morbida, il campo profughi in Pakistan, era un mare di tende. Dentro la tenda che fungeva da scuola notò la bambina, percependo la sua timidezza, si avvicinò e domando’ se poteva scattare una sua foto. “Non pensavo che la fotografia della ragazza sarebbe stato diverso da qualsiasi altra cosa che avevo scattato quella mattina di dicembre del 1984 ”

Il ritratto colpi’ subito come una di quelle rare immagini che bruciano il cuore, e nel giugno 1985 fu pubblicato sulla copertina della rivista “National Geographic”. I suoi occhi verdemare, ossessionati e inquietanti, in esse si può leggere la tragedia di una terra dileniata dalla guerra.

La foto fu realizzata con una fotocamera Nikon FM2 ed un obiettivo Nikkor 105mm Ai-S, lente F2.5; la post produzione, invece, fu prodotta dalla società georgiana Graphic Art Service con sede a Marietta.

Nonostante il nome della bambina fosse ignoto, la foto venne intitolata dapprima “The Afghan Girl” (“La Ragazza afgana”) per poi esser pubblicata sulla copertina dell’edizione del giugno 1985 del National Geographic. Il ritratto del suo viso, velato parzialmente dal drappeggio rosso, i suoi occhi verde ghiaccio, disarmanti e pieni di umanità, e la sua espressione mista di paura, rabbia e voglia di riscatto sono diventati un simbolo del conflitto che dilania l’Afghanistan e allo stesso tempo di tutte le guerre che imperversano nel Medio Oriente.

Lo scatto è stato addirittura «la foto più riconosciuta» della storia della rivista, e la copertina stessa è tra le più famose mai pubblicate dalla National Geographic.

L’identità della ragazza è rimasta sconosciuta per 17 anni: ciò è dovuto al fatto che il governo afgano era ostile ai media occidentali, fino alla caduta del regime talebano ad opera dell’esercito americano nel 2001.

McCurry ha fatto diversi tentativi nel corso degli anni ’90 per individuarla, senza successo.

Nel 2002, Steve McCurry ebbe la possibilità d’intraprendere una nuova ricerca sulle sue orme, con la collaborazione di un team della National Geographic per scoprire se la ragazza fosse ancora viva.
Nel mese di gennaio una squadra della National Geographic Television & Film di EXPLORER ha portato McCurry in Pakistan per cercare la ragazza con gli occhi verdi.

Da quest’operazione di ricerca la National Geographic produsse il documentario “Search for the Afghan Girl” andato in onda per la prima volta il 9 marzo 2003, oltre a ridedicare un’ altra copertina alla donna che per 17 anni era stata ignara della fama conquistata nel mondo dalla sua immagine.
Sharbat Gula è stata ritrovata dopo alcuni mesi di ricerche con l’aiuto di Rahimullah Yusufzai, un rispettato giornalista pakistano che faceva loro da guida e interprete, e McCurry ha potuto così fotografarla nuovamente.

McCurry ed il team arrivarono innanzitutto al campo di Nasir Bagh. Quando appurarono che questo era prossimo alla chiusura, interrogarono i pochi profughi rimasti (tra cui il fratello stesso della ragazza, che aveva occhi altrettanto verdi) riuscendo ad individuare il villaggio natale della bambina. La squadra ebbe non poche difficoltà, considerando che molte donne si identificarono erroneamente con la Ragazza afgana.

Ci vollero tre giorni e sei ore di cammino per lei per arrivare. Il suo villaggio fu raggiungibile attraverso un confine che inghiottiva la vita. Quando McCurry la vide apparire nella stanza, affermo’ subito: questo è lei!

McCurry riuscì a trovare la ragazza in una regione remota dell’Afghanistan: si trattava di Sharbat Gula, ormai quasi trentenne, sposata e madre di tre figlie. La sua identità, viste le esperienze precedenti, venne inoltre confermata dal tecnico John Daugman che usò la tecnica della ricognizione dell’iride.
La ricognizione dell’iride e’ ancora più individuale che le impronte digitali. Così la National Geographic si rivolse all’inventore del riconoscimento automatico dell’iride, John Daugman, un professore di informatica presso l’Università inglese di Cambridge. La sua tecnica biometrica utilizza calcoli matematici e Daugman non fa fatica e non ha alcun dubbio che gli occhi della bambina afgana e gli occhi dell’adulta Sharbat Gula appartengono alla stessa persona.

Sharbat Gula ricorda di essere stata fotografata nella tenda scuola del suo campo profughi e la sua somiglianza con la ragazza nella foto di McCurry è evidente. La National Geographic chiede il parere di altri esperti. In Pakistan, l’ oculista Mustafa Iqbal ha esaminato Sharbat, con il marito al suo fianco. Iqbal si sentiva anche sicuro “al 100 per cento certo” che i modelli dell’iride e le lentiggini erano gli stessi occhi abbinati alla foto di McCurry. Una cicatrice sul lato destro del naso era un altro segno distintivo.

Sharbat non era molto interessata alla fama, tuttavia si mostrò lieta quando seppe che la foto era diventata un simbolo della dignità ed abnegazione del suo popolo. Quindi accettò di farsi scattare un’altra foto.
Sharbat Gula non conosce la sua età esatta, probabilmente attorno ai 28, 29, o 30 anni. Nessuno, nemmeno lei, lo sa per certo. Ha saputo di essere stata la più celebre modella di McCurry solo nel 2002. Il tempo e le difficoltà hanno cancellato la sua giovinezza.

Dopo l’incontro, McCurry affermò: « La sua pelle è segnata, ora ci sono le rughe, ma lei è esattamente così straordinaria come lo era tanti anni fa »

Sharbat Gula: cenni biografici.

Di etnia pashtun, i genitori di Sharbat morirono durante la guerra russo-afghana quando la bambina aveva solo sei anni. Insieme alla nonna, al fratello ed alle sue tre sorelle, attraversò le montagne più impervie per poi giungere al campo profughi di Nasir Bagh nel 1984.

Si sposò con Rahmat Gul tra i 13 e 16 anni, e ritornò nel suo villaggio natio durante gli anni novanta, durante una pausa nei combattimenti. Sharbat Gula andò a casa nel suo villaggio ai piedi delle montagne velate dalla neve. Per vivere in questo villaggio di case di terra significa sopravvivere, niente di più. Ci sono terrazzamenti coltivati ​​a mais, grano, riso e, alcuni alberi di noce, un corso d’acqua che si riversa giù dalla montagna (tranne nei periodi di siccità), ma nessuna scuola, clinica, né strade, né acqua corrente.

Suo marito, Rahmat Gul, panettiere di professione lavora in un panificio locale, è leggero di costituzione, con un sorriso come il bagliore di una lanterna al crepuscolo. Si ricorda di essere sposata a 13 anni. Lui, invece afferma che ne aveva 16. Il matrimonio comunque, fu combinato.

Hanno tre figlie: Robina ha tredici anni, Zahida ne ha tre e Alia, la più piccola, uno. Una quarta figlia e’ morta precocemente in tenera eta’. (parentesi: il caso è frequente durante la gravidanza di una “madre-bambina” che non ha ancora terminato la sua crescita), la sua tristezza è infinita.

Ha espresso la speranza che i suoi figli saranno in grado di ricevere un’istruzione.
Sa scrivere il suo nome, ma non è in grado di leggerlo. Lei nutre la speranza di una istruzione per le proprie figlie. Ha detto. “Volevo finire la scuola, ma non ci riuscii. Ero dispiaciuta quando ho dovuto lasciare.” “L’ Istruzione, dice, è la luce negli occhi”.

Devota musulmana, Gula solitamente indossa un burka in segno del rispetto che nutre verso la sua religione.

Divento’ famosa in tutto il mondo, grazie a quella foto, ma con un piccolo particolare: che lei non lo sapeva perché nel suo campo profughi non c’erano i media occidentali. Shabat non aveva mai visto il suo famoso ritratto da bambina fino a quando, allora, non le venne mostrato. La tradizione culturale afgana è rigorosa. Le donne non devono guardare, e di certo non devono sorridere, a un uomo che non è loro marito. Non sorrise a McCurry. La sua espressione, ha detto, era piatta. Non riesce a capire come la sua immagine ha toccato tante persone. (Non sa il potere di quegli occhi).

Fatto interessante: la National Geographic fondò un’organizzazione di beneficenza chiamata “Afghan Girls Fund”, con l’obiettivo di educare le ragazze e le giovani donne afgane. Poi, nel 2008, il fondo venne esteso per includere anche i ragazzi e il nome venne cambiato in “Afghan Children’s Fund”.
Dopo aver trovato Gula, la National Geographic ha anche coperto i costi delle cure mediche per la sua famiglia, e pagato per i costi di un pellegrinaggio alla Mecca.
Ora Steve McCurry e Gula si tengono in contatto ogni mese.
Nel 2015, l’ orchestra sinfonica finlandese “Nightwish” hanno pubblicato il suo 8 ° album, “Endless Forms Most Beautiful”, che include il brano “Gli occhi di Sharbat Gula”. Un pezzo strumentale di sei minuti con voci di un coro di bambini.
Adesso Sharbat ha superato i quarant’ anni e pochi giorni fa a Peshawar, è apparsa una sua terza immagine: in scialle nero avvolto intorno al viso, e’ una foto segnaletica della polizia pakistana che ha denunciato l’ex ragazza afgana per avere falsificato i suoi documenti e dei suoi due figli che sono state emesse carte nello stesso giorno nel tentativo disperato di ottenere finalmente la cittadinanza pakistana, che le consentirebbe di avere diritto ad una casa e ad aprire un conto in banca, abbandonando la baracca in cui vive da sempre.
Adesso la ragazza dagli occhi verdi è accusata di corruzione.
Un rifugiato afgano non ha il diritto di tenere un documento di identità pakistana. Molti rifugiati afghani cercano di ottenere carte di identità pakistana ogni giorno, usando documenti falsi.

Nella sua registrazione ufficiale, Gula ha detto che è nata nel gennaio 1969 e ha dato Peshawar come suo luogo di nascita. La carta di Gula era stato sequestrata e bloccata e che quattro funzionari sono stati sospesi per il loro presunto coinvolgimento. La foto allegata alla domanda ha gli stessi penetranti occhi verdi e lo stesso viso scolpito come nella famosa immagine di McCurry. Solo un po’ più vecchia, sfiancata dall’ età e avvolta da un hijab nero che le copre completamente i capelli.
La sua storia è la storia di un popolo che lotta per la sopravvivenza, di quegli afghani arrivati in Pakistan dal 1979, dopo l’invasione sovietica del Paese. Milioni di afghani sono tornati in patria ma molti sono rimasti in Pakistan e molti non riescono ancora a sfuggire dalla miseria delle baracche.
Ci sono stati diversi tentativi poco convinti per forzare più di loro di lasciare il paese, compreso una minaccia di cancellare il loro status di rifugiati.
Azioni contro i rifugiati afghani si sono addirittura intensificati, come l’attacco dello scorso dicembre dei talebani pakistani nella scuola pubblica a Peshawar, in cui più di 130 scolari sono stati uccisi.

Allora come oggi, Sharbat Gula guarda il mondo con gli occhi senza compromessi, indimenticabili.
Sharbat Gula fa notizia ancora – ma è un’immagine molto diversa, il suo volto appare piu’ duro, quasi terrificato, appare sicuramente 10 anni più vecchia dei suoi 38 anni, mentre la sua tragica bellezza della Gioconda a Madonna rimane intatto.
Se era una attrice o Top Model, la sua storia avrebbe avuto eco in tutto il mondo, ma ahimè, lei non lo è …

Prima mostra in Svizzera di Steve McCurry con: “Fotografie dell ‘Oriente”.

Nello “Schaudepot” del “Museum für Gestaltung” di Zurigo, il fotografo americano Steve McCurry è alla sua prima mostra in Svizzera con: “Fotografie dell ‘Oriente”. In esposizione 130 foto, tra cui l’ originale della famosa foto della giovane afgana Sharbat Gula.

La foto di Sharbat Gula è una dell’immagini di una persona più ampiamente riprodotte al mondo.

Oltre alle fotografie provenienti dall’Afghanistan e dall’ India, McCurry mostra anche foto dall’ Indonesia, Birmania, Cambogia e Tibet.

Con immagini di incredibile intensità e bellezza, Steve McCurry cambia il nostro modo di vedere la vita.
La vicinanza di McCurry in Asia non accenna a diminuire dai suoi primi viaggi. Il contrasto con la cultura dell’Occidente è per lui nella fusione della vita quotidiana con la vita religiosa. Con opere, film e interviste mai pubblicati prima, la mostra presenta uno dei più influenti fotografi documentaristi del nostro tempo.

Steve McCurry: “Fotografien aus dem Orient”

MUSEUM FÜR GESTALTUNG – SCHAUDEPOT
Dal 3 Luglio 2015 al 18 Ottobre 2015
Da martedi a Domenica dalle ore 10 alle ore 17.
Il mercoledi dalle ore 10 alle ore 20.
Museum für Gestaltung – Schaudepot
Toni-Areal, Pfingstweidstr. 96
8005 Zurigo – Svizzera
http://www.museum-gestaltung.ch